Tecnica della silhouette Storia dell’arte nera ...come si nasce papirografi!

ghiande

STORIA

Qualche seme di papirografia

o storia dell’arte nera


In realtà, il termine papirografia(1) ha avuto significati diversi nel corso della storia: e mi piace utilizzarlo per indicare una più ampia passione per la raffigurazione attraverso l’utilizzo della tecnica del ritaglio, soprattutto con carta nera, di silhouettes e ombre.

Tutto iniziò con il sorgere del primo sole: l’ombra ci segue da sempre; la nostra ed altrui immagine stilizzata ci affascina e c’inquieta, interagendo con la nostra terrestre solidità: "E se quest’ombra fosse in realtà un altro?"(2).

In alcune lingue si definisce l’ombra, l’immagine, l’anima con la stessa parola. Sembra che le nostre qualità fisiche e morali che ci appartengono, l’ombra le possieda a nostra insaputa, come fosse uno specchio della nostra interiorità, meglio, come una silhouette fantasma che si racconti.
Non ci sorprende quindi, che l’arte nera ci segua nel tempo, a volte defilata, ma sempre presente, con una diffusione pressoché planetaria, sviluppando aspetti estetici, religiosi, medici, filosofici e nella modernità anche satirici oltre che scientifici.

Il nostro tentativo infantile di acchiappare l’ombra pestandola è un gioco ancestrale; una meditata sfida per gli antichi cinesi che, pare per primi, abbiano saputo cogliere e assoggettare l’ombra con la “tela della morte”. Così era, infatti, chiamato lo schermo di carta, di pergamena o di seta, su cui erano proiettate le sagome del teatro d’ombre; una forma d’arte presente in Cina forse fin dal III secolo, al tempo della dinastia Han. Per quanto vari fossero in Cina i temi rappresentati, "… la “tela della morte” era lo spazio in cui, la religiosità, la gioia della vita, le passioni apparivano, si liberavano, si rincorrevano, si univano ai sentimenti di chi della vita aveva vissuto le stesse passioni, le stesse gioie, gli stessi sentimenti: le anime di chi prima di noi è stato felice o ha patito. Alla “tela” ed alle sue funzioni conciliatrici o se si vuole “medianiche”, erano dedicati appositi spettacoli nei giorni dedicati al ricordo degli estinti. Un vero e proprio “rito nel rito”(3).

Si ha testimonianza della diffusione dei teatri d’ombra nel resto dell’Asia solo nel XIII e nel XIV secolo. Si ricorda soprattutto, per le sue caratteristiche peculiari, il teatro d’ombra giavanese. Eminentemente religioso, il teatrante-sacerdote assumeva un ruolo preminente nel contesto sociale, ciò stimolava soluzioni simboliche, meccaniche e sceniche originali. È anche da ricordare il teatro d’ombra turco, visitato dai viaggiatori europei oltre che seguito da folle locali consistenti. Lo spettacolo era montato nei caffè, così come successivamente fu per la prima volta eseguito in forma stabile in Europa.

Se questo era un sistema per catturare l’ombra, altri e vari erano i sistemi per crearla ed utilizzarla come oggetti di culto, decorazione o per le stesse rappresentazioni. Si ritagliavano o s’incidevano le sagome delle forme desiderate, in materiali vari: carta, pelli d’animali, legno, osso, metallo. “Le silhouettes più antiche che si conoscano erano sommamente tratteggiate, trasparenti e riccamente decorate”(3).

Mentre in Asia, Cina e Turchia vi sono delle leggende che testimoniano l’origine quasi casuale, ma pur sempre in qualche modo salvifica, dell’utilizzo delle ombre, in occidente si hanno origini mitologiche di tutt’altro genere.
Il mito pliniano fa risalire la nascita della pittura all’uso di contornare l’ombra umana con una linea: la prima papirografa fu, perciò, probabilmente Kora, una vergine di Corinto, che volle, così facendo, trattenere presso di sé la silhouette del proprio amato!
In Platone la nascita della conoscenza, il mondo delle idee, è rappresentato allegoricamente con le ombre.
Ad eccezione della pittura vascolare greca e dei “grotteschi” pompeiani, in cui sono presenti figure nere su sfondo a contrasto, in Europa non si ha una elaborazione artistica dell’ombra fino al ‘700, benché essa affascini vari pensatori, tra cui Hegel e Jung.
Sarà utilizzata solo sporadicamente in negromanzia o per studi ottici.

Diversamente si ricorda a metà seicento R. W. Hus. Egli “ritagliava con una lama bizzarre figure di carta bianca” che incollava su uno sfondo nero. A quel tempo era in auge l’arte barocca del merletto di carta che si punteggiava con l’ago e si univa a intagli variopinti eseguiti col temperino. Sono innumerevoli le immagini sacre di carta ritagliata o punteggiata che erano confezionate nei conventi di tutta Europa e che si vendevano ai fedeli durante le feste religiose. L’artigianato domestico era praticato, sotto tutte le forme, durante le veglie, nelle fattorie e nelle case coloniche della Svizzera tedesca del XVII secolo e si possono trovare sia ritagli alla silhouette, sia merletti e vignette di carta come ornamento a lettere d’amore oppure, ancora, modellini di pergamena usati per dipingere motivi decorativi sui mobili"(4).

La moda della realizzazione d’immagini in silhouette scoppiò solo nel settecento, forse grazie anche all’attenzione che si creò per gli studi fisionomici sui profili di Carl Lavater.
Il ritaglio divenne così il vero piacere di materializzare un’ombra.
È curioso notare a proposito di questo ‘istinto originario’, come la creatività di alcuni ritagliatori nasca talmente spontanea, così come è stato per me, che alcune immagini si possono pensare e realizzare solo come silhouette ritagliate e non si sia in grado inizialmente di produrle disegnate, così, come per altre sia esattamente il contrario.

Il termine silhouette si fa derivare dal nome di Etienne de Silhouette (1709-1767), disegnatore e ministro esoso delle finanze francese che costrinse i tributari dell’epoca a ridursi allo stretto indispensabile, soprattutto nei capi di vestiario per l’alto costo delle pezzature di tela. Il termine fu esteso per analogia alla figura umana snella e slanciata. Nei salotti il gioco del ritaglio della carta nera per ritrarre gli amici, dilagò e presto la produzione di silhouettes invase ogni settore, dalla decorazione di interni all’arte applicata.
Nell’editoria si creò “un vero e proprio genere con alterni ritorni di fortuna fino ai nostri anni venti”(5). Illustratori famosi si cimentarono con la silhouette da Gustave Doré (1832-1883) a Caran d’Ache (1858-1909), all’indimenticabile Arthur Rackham(1867-1939). Ma non si dimentichino i lavori mirabili del vagabondo naïf svizzero, Johan-Jakob Hauswirth (1808-1871).

Come fosse stato parte di un necessario imprinting non estinto, ciclo della nostra storia collettiva, nell’ottocento “si indagano con puntiglioso rigore le tecniche più appropriate, si delineano le tipologie delle ombre ottenute solo con le mani o con l’ausilio di pezzetti di cartone o altro …”(5). L’editoria produce a questo scopo manualetti ad uso dell’infanzia.

Ad Epinal, “cittadina francese da sempre sede di un’importante industria cartaia e tipografica, … delle immagini d’ombra di ogni fiaba si facevano tirature di più di 100.000 copie”(3), spesso accompagnate dal cartamodello per realizzare un piccolo teatro d’ombre.
Ovviamente, compagno della silhouette, il teatro d’ombre fiorì nella seconda meta del settecento a partire dall’Italia, per poi passare in tutti i paesi Europei. Particolare successo ebbe in Francia, dove al caffè del Gatto Nero (1877-1897), si allestì un teatro stabile delle ombre.

Erano tempi di grande evoluzione tecnica e scientifica, e le ombre, al solito, ci attendevano per accompagnarci, stimolandoci, anche in questo cammino: per questi spettacoli “furono impiegate, simultaneamente, più di una lanterna magica, l’antenato del moderno proiettore, e più di uno schermo. Le immagini d’ombre finirono così per apparire in simultanea, su differenti piani di proiezione, sommando ciascuno, effetti di luci e colori tra i più svariati. Si poterono realizzare quindi i primi rudimentali effetti di dissolvenza(3).
Già nel teatro giavanese si sfruttava “istintivamente” l’effetto ottico della persistenza retinica descritta nel ‘De rerum Natura’ di Lucrezio, per il quale la memoria della sucessione delle immagini ottiche, crea l’effetto del movimento.

I tempi sono maturi per la nascita del cinema d’animazione.
La silhouette si diffonde “rapidamente in tutti i continenti e in tutti i paesi anche se soverchiata in seguito dal disegno animato di stampo disneyano …”. Già nel 1916 troviamo una buona produzione negli Stati Uniti, nel 1926 Lotte Reiniger (1899–1981) “… presentò al pubblico quello che sarebbe passato alla storia come il primo lungometraggio d’animazione d’Europa: Le avventure del principe Achmed …”(6). Anche altri presentarono splendide animazioni di silhouettes, come il giapponese Noburo Ofuji, il canadese Bryant Fryer, e il tedesco Bruno Büttge.

Il cinema espressionista dei prima anni venti del ‘900 ha immagini indimenticabili della storia dell’’ombra e della silhouette. Si vedano come esemplari Il gabinetto del dottor Caligari (1919-1920) di Robert Wiene e Willy Hameister, e Nosferatu il vampiro (1921-1922) di Friedrich Murnau. Nella modernità tanti sono gli artisti, vissuti a cavallo tra otto e novecento, che si sono confrontati con l’ombra e con la silhouette, in un dialogo visivo esplicito.

A partire dai primi affascinanti esperimenti in camera oscura si arriva alle scultoree fotografie di Constantin Brancusi (1920), a Kandinsky, Casimir Malevic, Paul Klee, Picasso, Marcel Duchamp, Man Ray, Andy Warhol. Non si possono dimenticare, perché particolarmente significative, le testimonianze d’entusiasmo per l’arte del ritaglio lasciate da Henry Matisse: “… è la materia carta che bisogna disciplinare, far vivere e accrescere. Per me, è un bisogno di conoscenza. Le forbici possono acquistare una sensibilità al tracciato, maggiore di quella della matita o del carboncino”. Lo spazio è “… vibrante. Rendere vivente un tratto, una linea, fare esistere una forma, tutto questo non si risolve nelle accademie convenzionali, ma fuori, nella natura, con l’osservazione penetrante delle cose che ci circondano”. Questa tecnica dei papiers découpés “… mi porta letteralmente ad una altissima passione per la pittura, perchè, rinnovandomi per intero, credo di avervi trovato uno dei punti principali di ispirazione e fissazione plastiche della nostra epoca”(7).

Un ultimo breve richiamo alle opere teatrali moderne. In queste, grazie alla grande evoluzione tecnica, con l’avvento della luce elettrica, si sviluppa il dialogo luce/buio come un linguaggio in sé significativo. La luce e così l’ombra, sono utilizzate con studiata abilità in ricercati effetti scenici e immagini astratte. Si ricordino gli studi sulla luce di Adolphe Appia (1862-1928) e Gordon Craig (1872-1966), gli esperimenti della danzatrice Loie Füller (1862-1928), tra cui lo ‘Shadow ballet’. Nel 1925 il pittore Ivo Pannaggi, ispirandosi al sistema della lanterna magica, progetta una messa in scena a base di telai che costituiranno da soli un ambiente in cui le ombre, e non solo, avranno vita. Più recenti sono le realizzazioni di Nicolas Schöffer (1912–1992) con ‘Kyldex I, esperimenti cibernetico-luminoso-dinamici’ del 1973.
La silhouette è ora colta ed elegante citazione, ad esempio per le opere di Mozart – l’allestimento scenico di ‘Così fan tutte’ di Balthus, 1950; ‘Il ratto del serraglio’ con la regia di Strehler e scene di Luciano Damiani, 1972, veste anche significati simbolici e allegorici. A questo proposito è bello ricordare alcuni altri esempi tra i tanti: in Pirandello con i ‘Sei personaggi in cerca d’autore’, 1921; ‘Gli aristocratici’ di Pogodin della compagnia Dramatic Workshop di N.Y., regia di Piscator, 1946, e Strehler con ‘L’opera da tre soldi’ di Brecht, 1956.
Nel 2004, in Giappone, al Festival Medico Rakuwakai Care System di Kyoto, ho presentato, in un workshop realizzato con lo psicologo Makoto Tsunoda, un nuovo aspetto dell’arte nera, il ritaglio della carta nera come terapia; ma questo fa ancora parte di uno sviluppo a venire.

Oggi il cinema d’animazione, il teatro e l’arte contemporanea hanno ripreso ad indagare la papirografia. È un ciclo storico al quale apparteniamo, a raccontarlo rischieremmo di fare come quando eravamo bambini e cercavamo di catturare la nostra ombra con un salto: questa immancabilmente si spostava non permettendoci di centrarla.
Luce e ombra, spazio e tempo si incontrano, parlano di noi ed esprimo nell’ombra che ci regalano, un ideale di perfezione sicuramente non umano.

È meglio ricordare semplicemente la parabola di Chamisso, in “La storia meravigliosa di Peter Schlemihl”(8) che vendette la propria ombra al diavolo, il quale premurosamente se la mise in tasca. E Peter perse, oltre i diritti sulla propria ombra, anche la felicità.


Ebbene sì: abbiamo cura della nostra ombra!



NOTE

1) Papirografia: rappresentazione artistica costituita da ritagli di carta nera applicati su fondo bianco e chiusi tra due vetri, Vocabolario della lingua italiana Zingarelli, Edizione Zanichelli 2000.
2) Breve storia dell’ombra, di Victor I. Stoichita, Edizioni Il Sagittario 2003.
3) Il teatro dell’ombra, di Attilio Mina, Cappelli Editore 1987.
4) Merletti di carta di Hauswirth e Saugy, testi di C. Apothéloz, Franco Maria Ricci Editore 1978.
5) Il libro delle ombre, a cura di Paola Pallottino, Edizioni Longanesi 1983.
6) Festival Internazionale del Cinema d’Animazione, Chiavari 2004, dal catalogo del festival pag 54.
7) Henri Matisse, "Scritti e pensieri sull’arte", raccolti e annotati da Dominique Fourcade, traduzione di Maria Mimita Lamberti, Edizioni Abscondita 2003.
8) La storia meravigliosa di Peter Schlemihl, Adelbert von Chamisso, Edizioni Sonzogno 1974.



ALTRI RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Giochi d’ombre, di Franco La Ferla, Elle Di Ci Editrice1991.
Silhouettes A History and Dictionary of Artists, di Mrs. E. Nevill Jackson, Dover Publication 1981.
Dizionario dei simboli, Edizioni Bur - Rizzoli 1981.
Enciclopedia dei simboli, Ed Garzanti 1995.
Il cinema di silhouette, di Pierre Jouvanceau, Edizione del Festival Internazionale del Cinema d’Animazione di Chiavari 2004
La forbice e l’angelo di Hans Christian Andersen, di Roberto Mussapi, Edizioni Cappelli 1979.
Sleeping Beauty, Illustrated by Arthur Rackam, Edizioni Dover.
Teatro e pubblico, La ricerca n.78, 79 a cura di Rosanna Ghiaroni, Loescher Editore Torino 1985.
Luce in scena - Storia, teoria e tecniche dell’illuminazione a teatro, Stefano Mazzanti, Editrice Lo Scarabeo, Bologna 2001.